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venerdì 22 febbraio 2019

Le macchine nella Cognizione del dolore di Gadda

« l Mirabilia di questo buon Padre Lòpez, viaggiando e conoscendo quelli strani costumi, paion voler accreditare una sorta di moralità, o etica, per quanto discosto dalla consueta e perenne controversia de' filosafi circa la predestinazione e l'arbitrio libero: e discrivono il macchinismo interiore e propio della vita d' ognuno . L'ultimo suo capitolo, in sul sopravvenir della morte, argomenta la è una discongiuntura o spegnimento d'ogni accozzo di possibilità compatite: tantoché la ti vien tacita, e come la ti camminassi dietro le stiene » (Bandinelli) .

« . . • . È pur anche vero, signor dottore ! . . . . noi altri non abbiamo nulla da perdere . . . . questo è sicuro . . . . E lui non le toglieva gli occhi dai brillanti . . . . La signora si moveva per casa: e lui le andava dietro . . . . e continuava a fissarle un orecchio . . . . e poi quell'altro . . . . e lei o andava in sala, e lui dietro in sala . . . . e tornava in cucina a nettare l a macchinetta del caffè, cont il fischio,
che a me non me la lascia neanche toccare, guai, guai ! . . . . e lui dietro in cucina . . . .

« . . . . Cercheremo di persuaderla . . . . che vuoi che le dica? . . . . Se poi è che non ha fiducia . . . . del sottoscritto, e ha intenzione di sentirne un altro, oeh! ma s'immagini! non sarà la fine del mondo . . . . Niente di male: siamo qui apposta per aiutarci: se non c'è uno, c'è l'altro . . . . La potremo portare a Novokomi dal dottor Balanzas, in macchina, la Pina sarà felice, povera signora! . . . . o dal dottor Oliva, giusto . . . . meglio ancora! O anche a Terepattola, se crede, il professar Lodomez, quello che ha curato il Caçoncellos . . . . »

C 'è pure qualche automobile rubata, a sto mondo . . . . No? . . . . E loro la sanno guidare, la macchina, stia tranquillo ! . . . . E anche a fari spenti . . . .

Ella non si capacitava del come le fosse riapparito, oh, in un'alba di cenere: tra le mercature e la fanghiglia di Pastrufazio, e le macchine invitte . Era incolume, con poveri anni dentro le grigie controspalline del ritorno.

Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che da lunga pezza oramai, cioè fin dall'epoca dell'ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona - (come I' elettrico nelle macchine a strofinio) - ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterògeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!

Nessun aumento di temperatura si verificò nella sala, davanti a quella macchina operante per sentito dire, a rendimento termico nullo, che è il fesso e assolutamente rimbecillito caminetto. Antica età bisognava, e chiome di faggete sul monte, anziché i bernòccoli delle calve sierre o la scheggiata montagna di Terepàttola, per aver ricorso a una cosi povera trovata.

E certo che sulla strada di Iglesia, a motore acceso, una macchina doveva attenderli: il che, nel dialetto turcasso-celtico della Keltiké dicesi «col motor pizz ». Esso non è affatto la lingua maradagalese.

Rimbambiti cavalli giravano, dondolando, a tondo, afferrati per le corna da cavalcatrici con le gambe divaricate, con sdrucite mutande, non sapeva se pizzi o strappi, pezzi di pelle certo . . . . Una musichetta nasale veniva fuori dal perno del macchinone, secoli di musica e bisognava fare onore alla tradizione musicale, come se la Miseria avesse preso il raffreddore. Più tardi negli anni quella musica celestiale gli ritornò con gocce di luna tersissime, ed era la Norm a . . . . Ma allora dalla giostra, gli pareva la musica del cenciume, del naso brodoso, della rivolta, dei torroni, dei colpi di gomito, delle frittelle, delle arachidi brustolite che precipitano il mal di pancia alle merde.

Al fondo, al fondo, sepolta sotto la letteratura e la polvere, ci doveva pur essere . . . . La macchinetta dei piselli, quella che aveva riportata di trincea . . . . Ci doveva essere, ci doveva essere, se i topi non avevano rosicchiato anche quella . . . . Eccola! Estraeva dall' astuccio la leggera mitraglia, ne riprovava a vuoto il congegno . . . . Tutto era lucido, come allora, ingrassato ogni dente, ogni nottolino, come allora . . . . la vasellina pareva pennellata da jeri. Ecco il caricamento e il ricupero : funzionavano? oh ! se funzionavano ! Tatràc, la molla! il gancio . Come sulla spalla del monte . I caricatori eran lucidi, con acute punte, come pettini, come quando se ne insigniva il terriccio rosso, alla caponiera del Faiti; o nel mezzogiorno senza trincere, pronti, dentro il fetore, tra le scaglie del sasso, a cinque minuti dalla risposta.

Pensarono forse (per quanto poi non sapessero giustificare la loro decisione) di raggiungere Lukones e di risalire la strada di Iglesia per arrivare addosso, con le rivoltelle spianate, alla supposta macchina? Ma allora potevano andarvi dal parco, dall'altra parte del parco. Ma no, perché adesso erano alla casa della signora, in tutt'altro luogo.

Dal Giuseppe, in sala da pranzo, faceva accatastare contro gli scuri sprangati il bastimento abbastanza pesante della macchina da cucire, (che come macchina da cucire però non funzionava) e, sòpravi, una poltroncina di vimini, e sopra questa, piuttosto in bilico, un vecchio arcolaio.

Il grottesco, in tale vasta occorrenza esterna, un tal grottesco non si annida nella pravità macchinante
del fegato dell'autore della Cognizione, semmai nel fegato macchinatore della universa realtà. Esso fegato ricercatore, impigliandosi in reiterati tentativi, intrappolàtosi in reiterate impasses, e divincolàtosi poi a mala esperienza esperita, ne recede piu o meno goffamente, se ne sbroglia del tutto e di nuovo tende a via libera; tende verso la infinita, nel tempo e nel numero, suddivisione-specializzazione-obiettivazione del molteplice.

Un blog sulle macchine


giovedì 1 febbraio 2018

Des Machines

Des machines est un blog de recherches dont les articles subissent ajouts et retranchements. Mon dessein est d’établir des écrits sur les machines et de les mesurer à l’aune de ma discipline, mais pas uniquement ! Quelles sont ces machines, que cache ce terme générique : machines techniques, scientifiques, industrielles, artistiques, imaginaires, philosophiques, etc. ? Comment sont-elles faites ? Quelle culture technique englobent-elles ? Quelles références ? Comment les préserver ? Quels précédents dans le domaine : romans, expositions, publications, colloques, études, chantiers de restauration ? Promotion, conservation-restauration des machines : la structure du blog me permet de dégager des sous-ensembles, des filiations, de mettre à jour l’état de mes recherches, de les classer, de lever les ambiguïtés, de corriger du clavier et de la pensée et a fortiori, de me tromper. Et surtout de partager, soumettre à la critique mes avancées à qui voudra me suivre.

venerdì 3 marzo 2017

Macchinisti versus Antimacchinisti ...

... nel romanzo del 1872 di Samuel Butler, Erewhon (si vedano in particolare i capitoli XXIII-XXV ) (EC)

sabato 18 febbraio 2017

Protesi

Protesi, ovvero la metamorfosi, un racconto di Vittorio Marchis

"La natura è in grado di compiere cose straordinarie senza l'intervento degli spiriti maligni. Se la natura, poi, è aiutata dal sapere e dall'ingegnosità umani, allora i risultati saranno quasi incredibili per gli inesperti" (Ruggero Bacone, I segreti dell'arte e della natura, cap. IV)

Si racconta che un tempo, in un paese oggi scomparso e ormai ridotto a semplice landa desolata, arida e priva di ogni scrittura della passata storia, vivesse un popolo di uomini e donne supremamente intelligenti. Questi uomini e queste donne, bellissimi, non avevano bisogno di lavorare perché il loro pensiero era sufficiente a far sì che le risorse naturali bastassero non solo alle necessità, ma soprattutto al loro diletto. Conoscevano il piacere dei sei sensi e anche il procreare era ridotto a puro linguaggio, a trasmissione di emozioni e simpatia. Si è già detto che questi uomini e queste donne non avevano bisogno di lavorare. E perciò essi non avevano né mani né braccia.
Chi argomentasse, con il nostro modo di pensare, che essi erano più simili agli animali che a noi sbaglierebbe di grosso, perché in verità la loro prossimità agli dei era quanto noi non possiamo nemmeno immaginare.
Un giorno, una giovane di nome Protesi ebbe la ventura di essere trasportata dal mare, a causa di una tempesta, sulla spiaggia di un'isola abitata dagli uomini, ossia da esseri pari a quanti raccontano e tramandano questa storia. Quando, dopo un lungo sonno, Protesi si svegliò, trovò dinanzi a sé uomini e donne ben più brutti e rozzi di lei. In fondo anch'essi avevano una testa, un torso, un ombelico, due gambe; sorridevano e muovevano le labbra; si toccavano e si facevano segni. Ma avevano qualcosa che li rendeva diversi: due articolazioni, simili alle gambe, ma più sottili, dotate di estremità ramificate e estremamente mobili si dipartivano dalle spalle, leggermente al di sopra e a fianco delle mammelle. Usavano questi rami per afferrare le pietre, per spezzare le foglie degli alberi, per staccare gli acini dai grappoli e per disporli in file ordinate, per tracciare insulsi segni sulla sabbia. Ciò che più impressionò Protesi fu il vedere un vecchio, ormai cieco, usare le mani (così le chiamavano) per tamburellare su alcune canne, producendo in questo modo suoni mai ascoltati, strani, ma desiderabili. E fu colta da invidia.
Pregò allora gli dei che la facessero ritornare a casa e la rendessero simile agli uomini che aveva incontrato sull'isola. La richiesta parve agli dei alquanto strana, alcuni di essi rimasero dubbiosi, altri la ritennero completamente stupida, ma poiché le preghiere di Protesi erano insistenti e continue, e poiché gli dei si lasciano commuovere dalle loro creature, finalmente si convinsero nell'esaudire le preghiere della bellissima giovane. Nella fucina dove si forgiano tutte le cose del mondo, con i metalli più preziosi vennero fatti preparare due arti lucenti e mobilissimi, ciascuno terminante con cinque ramificazioni prensili. Dopo che gli arti furono ultimati, gli dei rapirono Protesi, ed immersala in un torpore soavissimo le applicarono gli arti esattamente a somiglianza di quelli ammirati negli uomini e nelle donne dell'isola. Quando si fu risvegliata dal torpore, prima di essere ricondotta tra i suoi simili, Protesi fu istruita sull'uso degli arti. Ma le si impose, come pagamento del dono ricevuto, di non svelare l'origine di questo dono così singolare. Protesi promise solennemente, e fu rimandata presso i suoi simili. Gli dei l'abbandonarono al suo destino.
Credeva che sarebbe stata accolta come una dea, onnipotente per i nuovi doni ricevuti, ma rimase ben presto delusa. Additata come una mutazione mostruosa della natura più abbietta, fu relegata presso il bosco sacro alle ninfe, in modo che si potesse purificare, vergine, consacrandosi a quanto la Natura prodiga ci fornisce nella frescura delle selve. Sola rimase per lunghi mesi trovando unico diletto nelle canne, che ora riusciva a divellere dal terreno, a tagliare con cura, a riunire in fasci ordinati per altezza. In esse soffiava e traeva melodie dolcissime.
Attirato dal suono, un giovane di cui rimane ancor oggi sconosciuto il nome, la avvicinò e l'amò. Noi tutti siamo figli di Protesi.

(Apparso come incipit del saggio Protesi, ovvero la metamorfosi, in "Iride", anno IX, n.19, dicembre 1996, pp.703 sgg.; e apparso in inglese con il titolo Prosthesis, or The Metamorphosis, translated by Jim Hicks in : "The Massachusetts Review",Vol. 52, Issue 2 )

domenica 29 gennaio 2017

Un frammento di Ennio

fr. 366
Macina multa minax minitatur maxima muris
L’enorme, minacciosa macchina si leva minacciando gravemente le mura

giovedì 25 febbraio 2016

Le macchine di Cesare Pavese

IL 1928 è l'anno dell'Esposizione dell'Architettura Futurista a Torino, ma è anche l'anno in cui nel dicembre Cesare Pavese (S.Stefano Belbo, 1908 - Torino, 1850) scrive tre brevi racconti che riprendono le tre anime della città industriale: il cinema, l'automobile, l'aviazione. Il tre racconti pubblicati postumi in Lotte di giovani (a cura di Mariarosa Masoero, Torino : Einaudi, 1993) hanno per titoli:

- L'avventuriero fallito
- Il cattivo meccanico
- Il pilota malato

e tutti e tre guardano alla vita in maniera tragica. Sono quasi un'antiepopea della capitale subalpina.


(copertina dell'edizione francese a cura di M. Guglielminetti, Paris : Ed. de Minuit, 1997)

Si veda il saggio di Vittorio Marchis, Cantare il lavoro, raccontare la tecnica, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Tecnica (Roma . Treccani, 2013)

La civiltà delle macchine

Ecco le copertine della Rivista "Civiltà delle Macchine" dal 1953 (anno della fondazione) sino al 1957.
































La "Civiltà delle Macchine" in un articolo di Claudio Pogliano

mercoledì 24 febbraio 2016

La macchina nei libri

http://x220622.blogspot.it/2016/02/presenze-dellamacchina-in-furore-parte-i.html
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http://x210570.blogspot.it/2016/02/machines-in-infinity-jests.html
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